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La pedagogia povera - Pedagogia

Il problema sociale dell'infanzia povera

Dopo il 1815 - con il periodo di pace che seguì le guerre napoleoniche - si verificò un notevole aumento della popolazione e con essa il numero di bambini nati e sopravvissuti ai primi cinque anni di vita (erano solo il 63% dei nati). La grande povertà portava moltissimi bambini a chiedere la carità e a vagabondare. In questo contesto, in varie parti d'Europa cominciarono a comparire diverse iniziative educative e assistenziali, in particolare si moltiplicarono le scuole infantili (2-6 anni), ma anche per ragazzi non scolarizzati, senza lavoro né famiglia.

Le prime scuole infantili

Furono avviate in Inghilterra e Francia.

  • Nel 1816 l'industriale e filantropo Robert Owen aprì una classe per i più piccoli nella sua manifattura modello in Scozia. Sull'esempio di Owen, poco dopo furono aperti a Londra i Westminster free day infant asylum. Le scuole disponevano di un cortile per giochi ed esercizi fisici, ai più piccoli era insegnato l'alfabeto in forma di gioco, mentre a quelli più grandi si davano lezioni di scrittura e calcolo. Il programma di queste scuole fu poi raccolto da uno dei loro promotori, Samuel Wilderspin, in un manuale uscito nel 1823 e presto tradotto in varie lingue.
  • Nello stesso periodo a Parigi si registrarono iniziative analoghe e nel 1833 venne pubblicato un manuale del pedagogista Jean Marie Denys Cochin.
  • Nel 1826 alcune dame di carità fondarono in Svizzera, a Ginevra e Losanna, le prime scuole per la prima infanzia svizzere, mentre a Bruxelles furono aperte l'anno successivo; in Olanda iniziative analoghe erano sorte già nel 1823 per opera di alcune comunità religiose.
  • Anche in Italia, a partire dagli anni '20, partirono iniziative simili, grazie ad esponenti della nobiltà piemontese quali Tancredi e Giulia di Barolo.


Il principale artefice italiano della pedagogia infantile: Ferrante Aporti




Nato nel 1791, ordinato sacerdote nel 1815, studiò a Vienna nel collegio Theresianum. Tornato in Italia, fu nominato direttore della scuola elementare maschile di Cremona. Nel 1828 vi aprì anche una scuola infantile per bambini dai due anni e mezzo ai sei (nel 1833 anche per bambine, una novità) che ben presto divenne un modello per analoghe iniziative prese anche altrove in Italia. Fu autore di libri pedagogici per l'infanzia di successo.

Anche Aporti riponeva molte speranze nella formazione precoce dei bambini piccoli. Sulla falsariga di Wilderspin - sui cui testi aveva studiato a Vienna - Aporti pose l'accento sull'insegnamento religioso posto alla base dell'educazione morale; sulla valorizzazione del forte spirito imitativo dei bambini, ai quali vanno offerti modelli esemplari; su alfabeto, lettura, scrittura, calcoli aritmetici fino alle frazioni; sull'esercizio fisico nella forma del gioco.
Rispetto a Wilderspin ci sono però anche differenze: Aporti insistette sull'uso appropriato della lingua (in opposizione al dialetto) e sulla pulizia del corpo e degli abiti e sull'alimentazione sana, ma soprattutto escluse del tutto le punizioni, salvo ammonimenti, privazione del gioco o della ricreazione, isolamento temporaneo.

Oggi l'aportismo desta perplessità, perché anticipare a bambini così piccoli l'apprendimento di lettura, scrittura e calcolo è considerato molto problematico. Ma nella realtà del primo Ottocento, Aporti resta molto innovativo, perché si deve considerare che i bambini ben presto andavano a lavorare e quindi era necessario alfabetizzarli il prima possibile.
Le scuole aportiane si diffusero rapidamente grazie all'appoggio degli ambienti progressisti e liberali (tra gli altri anche Cavour), ma si diffuse anche in ambito cattolico, tra i religiosi più sensibili all'educazione del popolo. Il modello declinò alla fine del secolo, con la frequenza quasi generalizzata delle scuole elementari e con l'arrivo anche in Italia dei Giardini d'infanzia di Froebel.

Friedrich Froebel e i Giardini d'infanzia




Nato in Germania nel 1782, studiò all'università di Jena in un clima affine al romanticismo e alle teoria della Naturphilosophie. Secondo questa visione del mondo (coltivata da Schiller, Novalis, Goethe), l'intera natura è come guidata da un'anima e l'uomo vi è visto come intimamente legato ad essa.
Dopo un periodo trascorso come assistente di Pestalozzi, nel 1817 Froebel aprì la sua prima scuola a Keilhau, cui fecero seguito analoghe iniziative, in particolare - nel 1837 a Bad Blankenburg - dette al suo istituto il nome di Kindergarten. In quello stesso periodo diede alla stampe un manuale su come aprire un Kindergarten, dove vi esaltava l'opera educativa della donna e l'amore per i bambini. Morì nel 1852.

Froebel concepisce l'educazione come sostegno all'autorealizzazione personale, rifiutando la teoria della tabula rasa sostenuta da Locke e dagli illuministi ("Il bambino non è un blocco di argilla che possiamo modellare a nostro piacere") e sostenendo invece, sulla falsariga di Rousseau, che ai bambini bisogna dare "tempo e spazio, nella consapevolezza che si sviluppano bene secondo le leggi operanti in ciascuno singolarmente".

Per Froebel, il gioco svolge un ruolo centrale nell'educazione infantile. Su queste basi sviluppò l'idea dei doni, giocattoli con il potere simbolico di far intuire al bambino le leggi che regolano il mondo. Essi furono pensati secondo una logica sequenziale e progressiva:
  • palla elastica: alla quale venivano associate specifiche attività pratiche (manipolazioni, lanci, passaggi) ed era accompagnata da sei palle più piccole di diversi colori. PAdroneggiando la palla, il bambino familiarizzava con le proprietà fondamentali dei corpi (forma, peso, grandezza, colore, ecc.);
  • sfera, cubo e cilindro di legno: mostrano la possibile armonia che governa anceh ciò che apparantemente è contrario: l'instabilità e il movimento nella sfera e la stabilità del cubo si fondono nel cilindro;
  • cubo diviso in otto piccoli cubi
  • cubo distribuito in tavolette di spessore e lunghezza diverse: entrambi rispondono al bisogno del bambino di manipolare oggetti grandi e piccoli.
Accanto a doni e canzoni, Froebel prevedeva altre attività quali i lavori con la creta, il cucito, ecc. per introdurre il bambino al lavoro manuale.

Il pedagogista tedesco ebbe fortuna tardiva, perché il suo metodo era molto innovativo per l'epoca.





Le iniziative per i giovani poveri e abbandonati

Nella prima metà del XIX secolo si cominciò anche a considerare i fanciulli soli e abbandonati, vagabondi, poco o per nulla scolarizzati, che dalle campagne arrivavano nelle città in cerca di fortuna. Ragioni di ordine pubblico spinsero le autorità ad agire in senso repressivo, ma anche religiosi e filantropi intervennero, per cercare di dare un minimo di istruzione e futuro a questi ragazzi.
  • In campo religioso: in ambito cattolico, spicca la figura di San Giovanni Bosco, ma anche le chiese protestanti (valdesi, battiste, metodiste, ecc.) diedero vita a scuole, asili e orfanotrofi. Lo zelo pastorale, quindi la salvezza delle anime, era l'obiettivo principale. Le pratiche religiose si affiancavano a compiti scolastici ed esercizi pratici per imparare un mestiere.
  • In campo laico: ebbero risonanza le iniziative dei gruppi mazziniani e della massoneria, sorte in Italia sul modello di quelle belghe e francesi, ma anche quelle promosse da ebrei laici. Gli animatori di queste esperienze puntavano invece sulla valorizzazione delle potenzialità dell'individuo e del suo desiderio di riuscire, secondo l'impostazione del self-helpismo anglosassone.
Queste diverse visioni erano in concorrenza per conquistare le coscienze dei giovani, ma c'erano anche analogie: le pratiche educative non erano, in genere, sostenute da una vera e propria elaborazione pedagogica (da qui l'espressione "pedagogia povera"), ma erano predisposte in modo pratico, così da rispondere alle esigenze dei ragazzi e malgrado appunto la povertà teorica si rivelarono molto efficaci.
La premessa era che l'idea preventiva prevaleva: meglio educare al bene che reprimere l'errore. L'autorità era esercitata talvolta in modo molto rude - con premi e castighi - con l'educatore che si poneva come figura esemplare. 

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